Compagno Giovanni Maione, arrivederci, non addio.

 

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giovannni

Alfa Romeo Avio. Avio oggi.

Quando sei andato in pensione, scrissi un post su come ti prende il senso di solitudine quando i bravi Compagni vanno in pensione.

Quelli storici, quelli su puoi sempre contare, su quelli senza se e senza ma, su quelli che il coraggio te lo danno anche solo respirando.

Poi ci sono quelli come te amico mio, che oltre alla passione e gli ideali, ci mettevi il cuore e l’affetto verso la mia persona.

Non ti conoscevo molto bene,  tu invece mi volevi bene e mi stimavi, da lontano, da quello spiraglio di angolo in fabbrica, di fronte la mensa, dove giubba verde e sigaro in bocca, mi seguivi e se potevi, guidavi.

La vecchia macchinetta del caffè che non c’è più, ed il tuo sguardo oltre il muro di cinta.

Oggi c’è un filo spinato su quel muro, quanto avresti sofferto a vederlo, tu Uomo Libero, Contadino e suonatore di Tammorra.

giovanni maione

Hai avuto appena il tempo di desiderarla la Libertà, come tanti, troppi, non siete riusciti a viverle per nulla, storie di vissuto e di dolore nelle terre dei fuochi.

Compagno Maione, posso dirti dell’affetto represso e contenuto, della rabbia che mi pervade per non essere potuto venire da te un ultima volta.

Mi perdonerai, con il tuo immenso affetto, la mitezza e la dolcezza che ti circondava, ed una cosa che non avrei mai pensato di dire.

Una confessione.

Sei stato lì’unico simpatico che abbia mai conosciuto, a fumare il sigaro.

Buon viaggio Compagno mio, sarai sempre con noi!

giovanni maio

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pezzo di storia vesuviana: Giovanni Maione e la sua Catalanesca

Pubblicato il 21 Gennaio 2015 http://gustodivino.it/vino/un-pezzo-di-storia-vesuviana-giovanni-maione-e-la-sua-catalanesca/armando-garofano/12563/

di Armando Garofano 3 commenti

Finalmente arrivo da Giovanni Maione (foto sotto il titolo), nella sua una piccola vigna che pare un giardino alle prime pendici del monte Somma, che più in alto diventa Vesuvio.
Giovanni è nato e abita in una delle masserie sparse attorno al centro di Somma Vesuviana. Si tratta di microvillaggi formati all’inizio da due famiglie numerose, adesso da una decina, tutte imparentate tra loro. Probabilmente evoluzione delle numerose villae rusticae di cui era ricco il territorio in epoca romana.La semplice bellezza delle case in tufo nero è in parte svanita sotto i colpi di ampliamenti e colori più vivaci, ma le profonde cantine sono ancora lì, buie e umide, e la terra è ancora viva. Le masserie sono circondate da frutteti “commerciali” più a valle ma – salendo verso la montagna – campagna e bosco si mescolano.Come nella vigna di Giovanni dove piccole querce nate spontaneamente, grazie alle ghiandaie, servono da pertiche per le viti e gli alberelli di prugne selvatiche innestati da Giovanni danno succose albicocche.La terra scura e sabbiosa, frammista di pomice, cenere vulcanica e tanto profumatissimo humus. Terra leggera e molto drenante. La vigna è a piede franco, con i ceppi più antichi che hanno più d’ottant’anni, si riproduce per talea ed è punteggiata di margherite seminate dal nonno di Giovanni per arricchire il terreno con i sovesci.E poi c’è un vero reperto storico o, per noi appassionati, reliquia:  un solo impianto tradizionale superstite con le viti disposte in cerchio, vecchio di un secolo, sbilenco e contorto, come la storie che avrà vissuto il maniero-masseria che domina la campagna con sue le sue torri scure.Il vitigno è la catalanesca, la cui presenza  nella zona vesuviana, sembra risalire al 1500. Si tratta di un’uva con maturazione molto tardiva che si raccoglie tra ottobre  e novembre ed era – sino agli anni 50 – il vitigno principale per la produzione del Lacryma Chisti bianco.Ha una resa bassa ma elevato grado alcolico. Dal punto di vista aromatico il vino presenta note fruttate di albicocca secca e miele, ma già al secondo anno d’invecchiamento l’odore evolve in note minerali dominanti.Giovanni è un vinificatore attento e coscienzioso placidamente pasoliniano, erede di una tradizione arcaica che trascende in una moderna semplicità. Racconta che suo padre non vendemmiava mai prima della metà di ottobre e che gli ha insegnato fare il vino partendo da una campagna bella: amava le margherite mica i diserbanti.

La fermentazione è spontanea con lieviti sconosciuti. Il mosto viene lasciato a macerare 4-6 giorni insieme ai raspi. La chiarifica avviene solo tramite successivi travasi. Me ne ha regalato tre bottiglie alla fine di questo viaggio nel tempo, unico ed emozionante.
Grazie Giovanni.

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Informazioni su Francesco Viscione persona comune cittadino.

Amico e Compagno di altri sindacalisti scomodi e di preti scomodi, ma con larga etica ed umanità. Adoro la mia organizzazione la Fiom-Cgil, la e sua Costituzione, lo Statuto.
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