Annacquando Ipocritino, e l’uso improprio di Simone Weil

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Simone Weil si starà rigirando nella tomba!

Usata strumentalmente, a sessant’anni dalla morte, dallo svergognato di Luraghi, in un articolo (certamente oggetto di ricerche e riflessioni per esperti di psichiatria sindacale) con il quale, (proprio lui…) maestro di etica e morale, civile, politica e sindacale, attacca le dichiarazioni di Luigi di Maio, candidato premier M5s.

Il “Nazista a casa sua” a “Senatore a vita fin quando mi voteranno” colui che invita i vigilanti aziendali ad espellere altri sindacalisti dalle assemblee operaie, torna in veste di critico politico.

Al di la dei faziosi copiaincolla, esistono biografie di straordinarie persone che hanno rimasto impronte (molto diverse dalle sue, per fortuna) nella storia.

Simone Weil , prima di lasciare l’insegnamento per sperimentare la condizione operaia, fino all’impegno come attivista partigiana, (e non padronale!)  nonostante i persistenti problemi di salute. mosse da una vivace dedizione solidaristica, spinta fino al sacrificio di se, sorella del matematico André Weil, fu vicina al pensiero anarchico e all’eterodossia marxista, e così si esprimeva:

“Bisogna proprio che la vita sociale sia corrotta fino al midollo se gli operai si sentono a casa loro in fabbrica quando scioperano”. (Simone Weil).

Egli applicando l’opposto principio, nonostante la dicharazione (ahahah) di sciopero contro la prima controriforma Fornero del 2012 della sua stessa (dis ) organizzazione non aderì e fece entrare i lavoratori esterrefatti.

Nel 2007 mentre imperversavano le dimostrazioni operaie contro la cassa integrazione farlocca di infausta memoria, egli, sistematicamente, quando il compagno illegittimamente licenziato e subito reintegrato dalla sentenza del Tribunale del lavoro, momentaneamente si allontanava, tentava di circuire e corrompere i mortificati e resistenti operai.

Nel 2014 affossa con la scusa del congresso della sua organizzazione il tentativo di creazione delle commissioni interne alla fabbrica per le Professionalità e le Mansioni, (chissà perchè ….carboneria e massoneria funzionano sempre? ), e quando tre Lavoratori licenziati per 2 volte farloccamente,  nell ‘ infausto periodo, vinsero altrettante volte le cause e furono reintegrati al posto di lavoro dal giudice, l’autoproclamato difensore dei licenziati, non trovò di meglio che, assieme agli altri senatori,  passare a capo chino per  i mesi del presidio dei poveri Operai.

Insomma sempre la stessa solfa, girarsi dall’altro lato, altrimenti addio favoritismi e clientele per la casta impiegatizia, e conseguente abbandono di voti e preferenze, alla faccia della democratica competizione.

Per la parte politica, lingua avanti e pedalare, sul trapassato remoto caliamo un velo pietoso, ultimamente anche con De Magistris a Napoli, (ci abbiamo anche rimesso il megafono, consegato su un vassoio d’argento, al lido padronale) salvo poi falcidiarlo al congresso nel 2013, quando il sindaco di Napoli appoggiò la battaglia costituzionale della Fiom in Fiat.

Oggi le comiche invece sulla parte autocelebrativa l ‘uomo che aiuta gli ultimi e chi perde il lavoro……

Ipocritino ma proprio tanto…….

A proposito… non  riformiamo nulla, teniamoci i principi a 320.00 euro annui mentre gli operai muoino di fame, i viaggi in crociera, i viaggi pagati da Meridiana, i soldi dei tesserati delle strisce comunali e via discorrendo.

W l’ unione italiana lestofanti!

 

 

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Donati 353€ all associazione Legami di Solidarietà dai lavoratori di Avio Pomigliano.

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Legami di Solidarietà e Peppe Panico, il legame infinito….

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Ci avviamo, abbiamo appena terminato con lo sportello di ascolto di Legami di Solidarietà.

Peppe cuor di leone ci aspetta con un sorriso che sembra la frase finale di una enciclopedia sulla vita.

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La maglietta con la bandiera greca che simboleggia la sua voglia di bello e di non arrendersi mai.

Lo abbiamo aspettato per mesi ed anche questa volta è uscito trionfatore dalla clinica della vita.

Legami di Solidarietà riapriva proprio oggi, e quale miglior regalo per i volontari e per quell’anziano, indistruttibile combattente dei sentimenti, parroco della Pomigliano dei sofferenti e dei lavoratori, se non  l’incontro con il Peppone dell’ Avio?

Ogni momento vissuto in sua compagnia sa di miracolo e di santità, e questo sentimento così mal descritto, non avendo altri riferimenti razionali ha un solo riscontro, quello di essere vissuto.

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L’associazione, nata da uno sciopero non riuscito in difesa di un diritto a cui lo stesso sindacato oggi rinuncia, coniuga e sperimenta sul laboratorio del campo della vita, del sociale, trovando nuova linfa da questo incontro.

Un fermo immagine del momento, racchiude e descrive l’attimo che se ne va, ma che raccolto nelle nostre anime infonde ancora e sempre più, il coraggio e la passione di andare avanti cercando il riferimento più importante, l’ultimo, il povero, lo scarto.

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Il passaggio in quella casa , è un viaggio attraverso l’anima, la passione ed il sacrificio, e Peppe, operaio prima dell’Avio, oggi del Signore è la traccia del passaggio e del sacrificio di Gesù fatto Uomo.

Ma il miracolo vero è attorno a lui, nella famiglia, quella vera, dell’amore al centro di tutto, del sacrificio dell’ uno per l’altro, della condivisione dei sentimenti e delle passioni.

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Quelle mani che insieme compiono giri e miracoli inimmaginabili.

L’ operaio dell’ Adler mai reintegrato, il delegato tenace, il padre sempre presente, e la visione potente di una determinazione senza fine, quella di Teresa, mamma e moglie.

Concludo proprio con le parole finali di un suo post (sotto lo leggete tutto)  relativi agli ultimi mesi di sofferenza nel quale, dove dopo aver ringraziato i figli e tutte le persone, collante di bene, che li hanno supportati dice

“E soprattutto grazie al nostro Buon Gesù che è venuto in “vacanza ” con noi”.

Siete un esempio, un gran bell’esempio. Grazie ragazzi.

Il nostro GRAZIE più grande alla fine di questo periodo di lunga “vacanza” dobbiamo dirlo a loro….i nostri figli!
Avete saputo affrontare i 45 giorni di ricovero del vostro papà con il sorriso e ci avete donato la serenità di cui avevamo bisogno….sempre accanto a noi Amati e custoditi con premura dalla cara nonna ma coccolati da tutti nel paesino di Campozillone che ormai ci ha adottati….poi gli amici e poi gli zii…un amore senza limiti x il quale nn ci sono parole.
Siete due ometti ormai e noi siamo fieri di voi….se essere genitori è un’esperienza meravigliosa per noi è anche un grande dono! Grazie Carmine…grazie Dodò…mamma è papà vi vogliono benecontinuate a sorridere alla vita e sicuramente la vita vi sorriderà.

La nostra famiglia….i nostri cari amici….grazie

Ma un altro grazie va a chi si è preso cura di noi….di Peppe! Abbiamo superato un altro periodo scuro…questa sarà un’estate davvero indimenticabile ….
Voi ci avete supportati …voi ci avete tranquillizzati… voi avete portato amicizia a braccetto con la professionalità e questo nn sanno farlo tutti….
Grazie amiche infermiere
grazie amici oss
grazie amici dottori
grazie amiche dottoresse ( anche le vostre telefonate sono state di prezioso supporto….preziosissimo! Ci avete regalato un posto sotto il vostro ombrellone praticamente 😂)
Grazie amici del personale della clinica….accettazione pulizie bar guardiani
Grazie perché siete la dimostrazione che lavorare con amore porta a grandi risultati….vi vogliamo bene con tutto il cuore….
E soprattutto grazie al nostro Buon Gesù che è venuto in “vacanza ” con noi

Altro…

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Foggia. Al posto sbagliato ci sono i mafiosi. Le vittime erano al posto giustoAntonio Maria Mira da Avvenire del sabato 12 agosto 2017Luigi e 

Luigi, Aurelio Luciano erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. In tanti lo hanno scritto in questi giorni per raccontare la ferocia dei killer della mafia garganica che si è accanita contro due testimoni inconsapevoli dell’omicidio del boss Mario Luciano Romito e del suo autista. Ma non è vero, Luigi e Aurelio, agricoltori, erano nel posto giusto al momento giusto. Perché a quell’ora gli agricoltori sono sui campi, coi loro attrezzi, per tirar fuori dalla terra frutti e un faticoso reddito.

E dove altro potevano essere? A lavorare, a sudare. Un sudore che si è mischiato al sangue. Sangue voluto e cercato da chi invece era davvero nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi uccide, chi estorce, chi traffica, chi corrompe, chi commette violenze e soprusi, chi distrugge vite e speranze è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come chi si fa corrompere, chi è colluso con le mafie, chi non denuncia, chi tace. Perché quello che fa è sbagliato, è reato, è contro la legge e contro gli uomini. E, come ci hanno ripetuto gli ultimi tre grandi Papi, è peccato.

Sì, la mafia è peccato, è fuori e contro il Vangelo. E, dunque, è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non le sue vittime innocenti. Non lo era il piccolo Dodò Gabriele, ucciso mentre stava giocando su un campo di calcio a Crotone dai proiettili ’ndranghetisti destinati a uno ’ndranghetista. Giocava, come tutti i bambini di 11 anni. Era nel posto giusto. Non lo era chi ha sparato. E non era nel posto sbagliato al momento sbagliato neanche Annalisa Durante, adolescente napoletana scesa in strada a Forcella col vestito bello per passeggiare con le amiche e neanche Silvia Ruotolo che stava passeggiando per il quartiere Arenella tenendo per mano il figlio Francesco di 5 anni. E neanche Michele Fazio, 15 anni, che stava rientrando a casa dal suo turno di lavoro da barista a Bari Vecchia, come Gaetano Marchitelli, anche lui 15 anni, che stava lavorando in una pizzeria nel quartiere barese di Carbonara.

Adolescenti che volevano aiutare le loro famiglie. Facevano la cosa giusta, nel posto giusto e al momento giusto. Niente di sbagliato. Lo era invece chi ha sparato per uccidere, per strada, tra la gente. Non pensando agli ‘effetti collaterali’. Che erano giovani vite. O ancor più giovani come i 3 anni di Cocò Campolongo, ucciso perché testimone dell’omicidio del nonno. Testimone proprio come Luigi e Aurelio. Perché chi uccide non vuole testimoni, anche se poi dei delitti si vanta. Forse capisce di essere nel posto sbagliato e non vuole che il suo sbaglio sia scoperto? Qualcuno sicuramente ha fatto questo percorso, riconoscendo lo sbaglio. Come Salvatore Grigoli, killer di don Pino Puglisi, convertito dal sorriso del parroco di Brancaccio. Sicuramente no chi ha premuto il pulsante dell’autobomba destinata al giudice Carlo Palermo, pur capendo che sarebbe stata coinvolta un’altra auto. Barbara Asta e i figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni, non erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Stavano andando a scuola, mamma e figli, come tante mamme e figli a quell’ora.

Chi era nel posto sbagliato erano ancora una volta i mafiosi che con quella bomba volevano risolvere il loro problema, un bravo magistrato, decidendo di vita e morte, anche di una giovane mamma e dei suoi bambini. L’elenco potrebbe continuare perché sono centinaia le vittime del ‘posto sbagliato al momento sbagliato’. Bambini che erano in braccio al loro papà, bersaglio dei killer. Amici che stavano accompagnando un carabiniere vittima designata. Ragazzi scambiati per esponenti del clan rivale come Alberto Vallefuoco, Salvatore De Falco e Rosario Flaminio, operai ventenni. Il bimbo mai nato, ucciso nel ventre di Ida, colpita assieme al giovane marito, il poliziotto Nino Agostino. E Domenico Martimucci, 27 anni, prima vittima innocente delle ‘ azzardomafie’, ucciso nel 2015 ad Altamura da una bomba contro una sala giochi mentre stava guardando una partita in tv. Mi scuso per non averli ricordati tutti. Ma tutti sono nella mia penna e nel mio taccuino di giornalista. Molti narrati sulle pagine di Avvenire.

E chi vorrà li potrà comunque trovare sul sito di Libera che ogni anno li ricorda il 21 di marzo. Storie, visi, persone che erano al posto giusto al momento giusto, perché volevano vivere una vita vera, giusta, piena. Un lungo terribile elenco di nomi, al quale ora si aggiungono Luigi e Aurelio agricoltori foggiani, mariti e papà, morti su quella terra che per loro era tutto. Terra usurpata dalle mafie, con la violenza e il sangue innocente che ha bagnato le zolle foggiane. Questo sì che è essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le mafie e chi le sostiene, facendo e tacendo. Sono anche loro ad aver ucciso Luigi e Aurelio. Ora è il momento di essere ancor di più nel posto giusto al momento giusto. Basta sottovalutazioni e negazionismo in questa terra foggiana. Basta con istituzioni lontane e distratte. Servono fatti concreti e soprattutto continuità.

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Storie di Alfa Romeo Avio. Lettera ad un amico che non c’è più

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Allora, finalmente ci sei riuscito.

Per anni mi hai fatto capire, ed una volta lo hai anche detto:

“Ma su di me non scrivi mai niente? ”

Troppo distinti e distanti, politica, sindacato, atteggiamenti, nulla di più diverso da quanto io sia o creda di essere.

Ma il miracolo dell’Uomo è proprio questo, anche lontani, uniti nel volersi bene.

Ti ho incontrato all’incrocio della mia vita con il percorso più terribile.

Poi giorno dopo giorno si sono ridotte le distanze, e l’affetto ci ha consacrati in modo inconsapevole.

Le allegre tavolate tra compagni di ufficio, i discorsi un po sciocchi, un po da caserma, hanno fatto da collante ad un affetto rimasto, anche nelle controversie, immutabile.

Mi sei stato, con coraggio e passione, vicino ed amico, tra folle di nemici collusi col sistema, e ne ho avuto prova, anche, quando in fabbrica apparve fugacemente Antonio, il miglior sindacalista di sempre , e mentre alcuni dei suoi stessi tesserati, svicolavano, tu gli andasti incontro sorridente ed abbracciandolo, davanti quel responsabile tanto inviso e temuto.

Mi hai dato dritte e guidato, tra orde di barbari dell’etica e della morale sindacale, e quando con un bel lavoro di squadra fui eletto  primo della mia lista tu per primo corresti ad abbracciarmi, chiamandomi “Sindaco” incurante dei tanti occhi malevoli che in batter di ciglio se la sarebbero cantata ai piani alti del disgusto.

Eri di un altra parte, ma ci hai sempre sostenuto, dicendo che “Senza i Rossi, gli altri si sarebbero mangiato tutto, impunemente”.

Chiamavi Peppe “Iannaccunciello” e lo definivi “Quello tosto e senza paura”.

Amavi il tuo asinello di cui ci raccontavi spassosi aneddoti, così i cani, e da buon contadino, tutti gli animali da compagnia.

Le tue dizioni, e le frasi famose non le dimenticherò mai.

Per evitare problemi:  “Nun passa da nu guaio a nu guaio cchiù gruosso”.

Per non dare confidenze: “Nun te pijà o Pusilleco” , riferendoti ad un parto: “Chella a pusato o viaggio”,  parlando dei crumiri “Chella maniata e uommene e merda” la famosissima definizione dell’arte amatoria, definita ironicamente e sarcasticamente         ” A chiavatoria”,  per terminare col il gesto più famoso: quel dito indice sul tavolo a confermare e ribadire concetti.

Pasquale, sei stato l’emblema della popolazione contadina rubata e prestata alla fabbrica, ma comunque,  ti ricordavi dei compagni di lavoro, quando fingendo di abbandonarle nei pressi dell mensa, portavi abbondanti buste di albicocche del Vesuvio, ed a me, dopo fatiche immani… i buonissimi ed introvabili Gelsi bianchi del Vesuvio.

Te ne sei andato in silenzio, così come hai lasciato la fabbrica e gli amici, e con il silenzio ti ricorderemo e ti penseremo, con il rammarico di una partenza troppo ingiusta e precoce, che ci lascia in solitudine, ma con un vago sorriso, quello che accennavi, senza parlare, quando ti piaceva qualcosa.

Ciao Pasqualino, buon viaggio dal Signore nostro, serbaci un posto nel cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Hitachi, altri ultimi e dimenticati, come i cinque lavoratori ex Adler…..


Lettera al responsabile dell’HITACHI di San Giovanni

Signor Maurizio Manfrellotti

Come è difficile entrare nella pelle degli altri, sentire i loro problemi provare i loro turbamenti, la storia dei quattro operai dell’HITACHi ne è una conferma.

Lei con un colpo di spugna ha messo furi dall’azienda quattro operai padri di figli con situazioni personali e familiari gravissime togliendo loro con il lavoro anche la dignità.

Questi operai hanno sempre onorato il loro lavoro, sono  buoni , discreti e generosi come solo la nostra terra sa dare.

Come ricompensa ora per loro non c’è futuro lavorativo!

In questa decisione c’è anche la sua volontà, ebbene si domandi : “ Se io fossi nei loro panni cosa farei”? Cosa mi aspetterei dall’Azienda?

Lucia, la moglie di Enzo Borrelli,  con una figlia  ventisettenne  disabile  dalla nascita e non autosufficiente che vede compromesso il futuro familiare con il licenziamento del marito cosa può fare se non cadere in una profonda depressione che l’ha portata a compiere un gesto estremo che è sotto i nostri occhi?. 

Anche gli altri 3 compagni sono o invalidi civili od hanno figli con gravissimi problemi. Ad esempio uno di loro ha la figlia la figlia di pochi mesi  ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova per un tumore al cervello e non sa se potrà rivederla.

Non ci faccia pensare che per la sua  azienda, che solo a Napoli ha più di 1600 dipendenti, questi operai sono scarti da gettare e magari da sostituire con personale interinale. 

Carne fresca a buon prezzo. 

Il gioco dell’azienda è stato facilitato dal fatto che questi lavoratori sono stati tempo fa esternalizzati in un’agenzia interinale, Quanta spa, pur continuando lo stesso lavoro.

Ma perché su 48 operai nelle stesse condizioni contrattuali e lavorative l’azienda Hitachi non ha assorbito o ricollocato solo loro 4 ?

Signor Manfrellotti  ha pure lei una famiglia, ma soprattutto ha un cuore, allora ripensi alla sua decisione e dia serenità a quattro operai che ormai vivono senza speranza.

Chi  le scrive è un prete, amico di questi operai , che con loro condivide ansie e dolori di questa autentica tragedia, egli desidera appellarsi alla sua coscienza di imprenditore ed implorarlo di fare un gesto umanitario accogliendoli di nuovo in azienda e l’assicuro che il suo gesto sarà fortemente apprezzato.

                                       Don Peppino Gambardella

19/07/17, 12:17:17: Don Peppino: Carissimi, provate ad immaginare cosa provereste se un vostro parente fosse improvvisamente licenziato dal lavoro mentre si trova in uno stato di invalidità fisica e con una figlia di 1 mese in ospedale al San Martino di Genova per un delicatissimo intervento al cervello. In questo momento la moglie di questo operaio Lucia, ha deciso di fare un gesto estremo salendo sul tetto dell’azienda HITACHI di San Giovanni a Teduccio con una bottiglia di benzina pronta anche a cospargesela addosso se non verrà ascoltata. Gesto estremo è vero ma la realtà è che nessuno ascolta più gli operai nemmeno i Sindacati. A chi devono rivolgersi? Sono stato con loro stamattina per dare la mia solidarietà e rappresentare anche voi. Ci siete veramente? “…..ero licenziato e tu mi hai dato solidarietà ” dirà così Gesù nel giudizio finale.

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​Elogio della fresella. Ciccio Aliperti.

Elogio della fresella 

di F.A.B.

Spugnata fino allo spappolamento oppure secca, croccante come il forno ce l’ha consegnata. Umida fuori e fragrante all’interno sommersa dall’insalata o semplicemente condita con un filo d’olio, la fresella è da sempre l’incontrastata amica e sorella delle nostre serate estive.
Non ce n’è una  uguale all’altra. Duttile , discreta, umile, fedele, da mangiare con la forchetta meglio però con le mani, resistente alle mode ed alle tendenze sa donarsi, distribuirsi, farsi in mille pezzi soddisfare la nostra fantasia e l’irrefrenabile bisogno di refrigerio che ci assale quando, nei giorni dell’afa e del sol leone, giunge il momento di sedersi a tavola.

“Oi ma’, che ‘nce sta a magnà stasera?”

“Figlio mio nun dicere niente, cu ‘stu calore, nun aggio tenuto proprio genio e cucenà…

…fa’ ‘na cosa;

fatte ‘na bella fre-se-lla!”

Sembrava un ripiego ed invece era l’inizio della vera festa, di un percorso alla scoperta dei tanti tesori nascosti nel nostro frigorifero. L’avvio di quel prodigio che ci faceva combinare insieme pomodori, fagioli all’insalata, carciofini, mais, tonno, maionese e cozzetielli di formaggio abbandonati nei più reconditi meandri dei cassetti destinati agli ortaggi ed alla frutta. L’esordio insomma, di quello spirito d’avventura che ci avviava agli accostamenti più arditi ed impensabili che, ben dosati, promettevano di trasformare le nostre cene estive, in un concerto di brividi di quelli che fanno da preludio alla vera e propria vertigine da papilla in visibilio!

Tutti conoscono la fresella e sanno delle sue taumaturgiche qualità! Eppure nessuno la cita. Non c’è traccia infatti nei testi sacri della cucina molecolare, è bandita nei manuali del buon stare a tavola, nei post su facebook qualcuno timidamente la contrabbanda tra una foto del passato e un disco degli Alunni del sole. È perseguitata, oltraggiata, discriminata, nelle trasmissioni di cucina che a più riprese funestano i palinsesti e vorrebbero convincerci che siamo degli imbecilli e che ci siamo sempre nutriti senza criterio, dimentichi degli equilibri proteici stabiliti da quattro onanisti sterili, rinchiusi nei loro asettici laboratori.

 Non ci sono poesie, pubblicità o canzoni rap che si ricordino di celebrare quella che è la vera icona d’a staggione… ma che veramente l’estate si riduce ad una canzone di Tiziano Ferro che se magna ‘o cornetto algida?  Dateci ‘a fresella, chella overa: ‘nzevata d’uoglio e prufumate e vasinicola!

La vogliamo perché ci rappresenta. La magnifichiamo perché tutti, in maniera più o meno consapevole le dobbiamo qualcosa… la fresella è con noi da sempre!

 Nelle nostre case, nelle nostre autovetture, nelle tasche dei pantaloni e talvolta fra le pieghe delle nostre mutande. Ovunque conserviamo briciole, scampoli, frammenti delle freselle con cui abbiamo ammansito il nostro continuo bisogno di “addobbare” lo stomaco… è un dato di fatto; finiremo i nostri giorni, con più freselle che ricordi…

..fratelli cari, quello che stiamo cercando di affermare è insomma l’evidenza che, a dispetto dei tanti detrattori e catastrofisti che a più riprese annunciano l’imminente fine del mondo, anche questa estate c’è in giro più fresella di quanto se ne possa immaginare e noi tutti sappiamo che:

… finchè c’è fresella, c’è speranza!

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