Storie di Alfa Romeo Avio. Lettera ad un amico che non c’è più

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Allora, finalmente ci sei riuscito.

Per anni mi hai fatto capire, ed una volta lo hai anche detto:

“Ma su di me non scrivi mai niente? ”

Troppo distinti e distanti, politica, sindacato, atteggiamenti, nulla di più diverso da quanto io sia o creda di essere.

Ma il miracolo dell’Uomo è proprio questo, anche lontani, uniti nel volersi bene.

Ti ho incontrato all’incrocio della mia vita con il percorso più terribile.

Poi giorno dopo giorno si sono ridotte le distanze, e l’affetto ci ha consacrati in modo inconsapevole.

Le allegre tavolate tra compagni di ufficio, i discorsi un po sciocchi, un po da caserma, hanno fatto da collante ad un affetto rimasto, anche nelle controversie, immutabile.

Mi sei stato, con coraggio e passione, vicino ed amico, tra folle di nemici collusi col sistema, e ne ho avuto prova, anche, quando in fabbrica apparve fugacemente Antonio, il miglior sindacalista di sempre , e mentre alcuni dei suoi stessi tesserati, svicolavano, tu gli andasti incontro sorridente ed abbracciandolo, davanti quel responsabile tanto inviso e temuto.

Mi hai dato dritte e guidato, tra orde di barbari dell’etica e della morale sindacale, e quando con un bel lavoro di squadra fui eletto  primo della mia lista tu per primo corresti ad abbracciarmi, chiamandomi “Sindaco” incurante dei tanti occhi malevoli che in batter di ciglio se la sarebbero cantata ai piani alti del disgusto.

Eri di un altra parte, ma ci hai sempre sostenuto, dicendo che “Senza i Rossi, gli altri si sarebbero mangiato tutto, impunemente”.

Chiamavi Peppe “Iannaccunciello” e lo definivi “Quello tosto e senza paura”.

Amavi il tuo asinello di cui ci raccontavi spassosi aneddoti, così i cani, e da buon contadino, tutti gli animali da compagnia.

Le tue dizioni, e le frasi famose non le dimenticherò mai.

Per evitare problemi:  “Nun passa da nu guaio a nu guaio cchiù gruosso”.

Per non dare confidenze: “Nun te pijà o Pusilleco” , riferendoti ad un parto: “Chella a pusato o viaggio”,  parlando dei crumiri “Chella maniata e uommene e merda” la famosissima definizione dell’arte amatoria, definita ironicamente e sarcasticamente         ” A chiavatoria”,  per terminare col il gesto più famoso: quel dito indice sul tavolo a confermare e ribadire concetti.

Pasquale, sei stato l’emblema della popolazione contadina rubata e prestata alla fabbrica, ma comunque,  ti ricordavi dei compagni di lavoro, quando fingendo di abbandonarle nei pressi dell mensa, portavi abbondanti buste di albicocche del Vesuvio, ed a me, dopo fatiche immani… i buonissimi ed introvabili Gelsi bianchi del Vesuvio.

Te ne sei andato in silenzio, così come hai lasciato la fabbrica e gli amici, e con il silenzio ti ricorderemo e ti penseremo, con il rammarico di una partenza troppo ingiusta e precoce, che ci lascia in solitudine, ma con un vago sorriso, quello che accennavi, senza parlare, quando ti piaceva qualcosa.

Ciao Pasqualino, buon viaggio dal Signore nostro, serbaci un posto nel cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Hitachi, altri ultimi e dimenticati, come i cinque lavoratori ex Adler…..


Lettera al responsabile dell’HITACHI di San Giovanni

Signor Maurizio Manfrellotti

Come è difficile entrare nella pelle degli altri, sentire i loro problemi provare i loro turbamenti, la storia dei quattro operai dell’HITACHi ne è una conferma.

Lei con un colpo di spugna ha messo furi dall’azienda quattro operai padri di figli con situazioni personali e familiari gravissime togliendo loro con il lavoro anche la dignità.

Questi operai hanno sempre onorato il loro lavoro, sono  buoni , discreti e generosi come solo la nostra terra sa dare.

Come ricompensa ora per loro non c’è futuro lavorativo!

In questa decisione c’è anche la sua volontà, ebbene si domandi : “ Se io fossi nei loro panni cosa farei”? Cosa mi aspetterei dall’Azienda?

Lucia, la moglie di Enzo Borrelli,  con una figlia  ventisettenne  disabile  dalla nascita e non autosufficiente che vede compromesso il futuro familiare con il licenziamento del marito cosa può fare se non cadere in una profonda depressione che l’ha portata a compiere un gesto estremo che è sotto i nostri occhi?. 

Anche gli altri 3 compagni sono o invalidi civili od hanno figli con gravissimi problemi. Ad esempio uno di loro ha la figlia la figlia di pochi mesi  ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova per un tumore al cervello e non sa se potrà rivederla.

Non ci faccia pensare che per la sua  azienda, che solo a Napoli ha più di 1600 dipendenti, questi operai sono scarti da gettare e magari da sostituire con personale interinale. 

Carne fresca a buon prezzo. 

Il gioco dell’azienda è stato facilitato dal fatto che questi lavoratori sono stati tempo fa esternalizzati in un’agenzia interinale, Quanta spa, pur continuando lo stesso lavoro.

Ma perché su 48 operai nelle stesse condizioni contrattuali e lavorative l’azienda Hitachi non ha assorbito o ricollocato solo loro 4 ?

Signor Manfrellotti  ha pure lei una famiglia, ma soprattutto ha un cuore, allora ripensi alla sua decisione e dia serenità a quattro operai che ormai vivono senza speranza.

Chi  le scrive è un prete, amico di questi operai , che con loro condivide ansie e dolori di questa autentica tragedia, egli desidera appellarsi alla sua coscienza di imprenditore ed implorarlo di fare un gesto umanitario accogliendoli di nuovo in azienda e l’assicuro che il suo gesto sarà fortemente apprezzato.

                                       Don Peppino Gambardella

19/07/17, 12:17:17: Don Peppino: Carissimi, provate ad immaginare cosa provereste se un vostro parente fosse improvvisamente licenziato dal lavoro mentre si trova in uno stato di invalidità fisica e con una figlia di 1 mese in ospedale al San Martino di Genova per un delicatissimo intervento al cervello. In questo momento la moglie di questo operaio Lucia, ha deciso di fare un gesto estremo salendo sul tetto dell’azienda HITACHI di San Giovanni a Teduccio con una bottiglia di benzina pronta anche a cospargesela addosso se non verrà ascoltata. Gesto estremo è vero ma la realtà è che nessuno ascolta più gli operai nemmeno i Sindacati. A chi devono rivolgersi? Sono stato con loro stamattina per dare la mia solidarietà e rappresentare anche voi. Ci siete veramente? “…..ero licenziato e tu mi hai dato solidarietà ” dirà così Gesù nel giudizio finale.

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​Elogio della fresella. Ciccio Aliperti.

Elogio della fresella 

di F.A.B.

Spugnata fino allo spappolamento oppure secca, croccante come il forno ce l’ha consegnata. Umida fuori e fragrante all’interno sommersa dall’insalata o semplicemente condita con un filo d’olio, la fresella è da sempre l’incontrastata amica e sorella delle nostre serate estive.
Non ce n’è una  uguale all’altra. Duttile , discreta, umile, fedele, da mangiare con la forchetta meglio però con le mani, resistente alle mode ed alle tendenze sa donarsi, distribuirsi, farsi in mille pezzi soddisfare la nostra fantasia e l’irrefrenabile bisogno di refrigerio che ci assale quando, nei giorni dell’afa e del sol leone, giunge il momento di sedersi a tavola.

“Oi ma’, che ‘nce sta a magnà stasera?”

“Figlio mio nun dicere niente, cu ‘stu calore, nun aggio tenuto proprio genio e cucenà…

…fa’ ‘na cosa;

fatte ‘na bella fre-se-lla!”

Sembrava un ripiego ed invece era l’inizio della vera festa, di un percorso alla scoperta dei tanti tesori nascosti nel nostro frigorifero. L’avvio di quel prodigio che ci faceva combinare insieme pomodori, fagioli all’insalata, carciofini, mais, tonno, maionese e cozzetielli di formaggio abbandonati nei più reconditi meandri dei cassetti destinati agli ortaggi ed alla frutta. L’esordio insomma, di quello spirito d’avventura che ci avviava agli accostamenti più arditi ed impensabili che, ben dosati, promettevano di trasformare le nostre cene estive, in un concerto di brividi di quelli che fanno da preludio alla vera e propria vertigine da papilla in visibilio!

Tutti conoscono la fresella e sanno delle sue taumaturgiche qualità! Eppure nessuno la cita. Non c’è traccia infatti nei testi sacri della cucina molecolare, è bandita nei manuali del buon stare a tavola, nei post su facebook qualcuno timidamente la contrabbanda tra una foto del passato e un disco degli Alunni del sole. È perseguitata, oltraggiata, discriminata, nelle trasmissioni di cucina che a più riprese funestano i palinsesti e vorrebbero convincerci che siamo degli imbecilli e che ci siamo sempre nutriti senza criterio, dimentichi degli equilibri proteici stabiliti da quattro onanisti sterili, rinchiusi nei loro asettici laboratori.

 Non ci sono poesie, pubblicità o canzoni rap che si ricordino di celebrare quella che è la vera icona d’a staggione… ma che veramente l’estate si riduce ad una canzone di Tiziano Ferro che se magna ‘o cornetto algida?  Dateci ‘a fresella, chella overa: ‘nzevata d’uoglio e prufumate e vasinicola!

La vogliamo perché ci rappresenta. La magnifichiamo perché tutti, in maniera più o meno consapevole le dobbiamo qualcosa… la fresella è con noi da sempre!

 Nelle nostre case, nelle nostre autovetture, nelle tasche dei pantaloni e talvolta fra le pieghe delle nostre mutande. Ovunque conserviamo briciole, scampoli, frammenti delle freselle con cui abbiamo ammansito il nostro continuo bisogno di “addobbare” lo stomaco… è un dato di fatto; finiremo i nostri giorni, con più freselle che ricordi…

..fratelli cari, quello che stiamo cercando di affermare è insomma l’evidenza che, a dispetto dei tanti detrattori e catastrofisti che a più riprese annunciano l’imminente fine del mondo, anche questa estate c’è in giro più fresella di quanto se ne possa immaginare e noi tutti sappiamo che:

… finchè c’è fresella, c’è speranza!

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Addio Professor Stefano Rodotà. Grazie per aver dedicato la tua vita agli ultimi.

di Marcella Raiola.

Foto Manifestazione Fiom 14-11-2012 a Pomigliano contro Marchionne.

Nella famiglia romana non c’erano solo figli naturali (che potevano mancare o morire presto, in guerra), ma c’erano, spesso, figli adottati, che condividevano con quelli naturali diritti e doveri. Ad essere adottati, però, non erano solo i giovani, ma anche altri capifamiglia, che venivano accolti nel clan di un capofamiglia più anziano. La procedura legale si chiamava “adrogatio”.

Il popolo veniva convocato (comizi curiati) e il pontifex maximus chiedeva al popolo radunato di approvare o disapprovare l’adozione proposta dal pater adottante. Se il popolo dava l’assenso, il più giovane capofamiglia diventava, da padre che era, figlio del più vecchio, e faceva la detestatio sacrorum, cioè la rinuncia al proprio culto familiare.

Si veniva adottati pubblicamente, col consenso popolare e per diventare eredi di un pater che non aveva figli o se li voleva scegliere, ritenendoli più degni di succedergli o più affini al proprio sentire. Anche le donne, sia pure dopo secoli, poterono adottare figli, ma solo per compensare la perdita dei figli naturali eventualmente premorti.

Per la Legge di Roma, conquistatrice prepotente ma inclusiva, schiavista ma non razzista, sostanzialmente oligarchica o monarchica, ma con canali di mobilità sociale sempre aperti e mai sconfessati, figlio non era quel che esce dalle viscere, ma ogni creatura di cui ci si prenda cura e per cui si sia disposti a soffrire.

A chi pensa che tenaci baluardi del Diritto, della Cultura e della Coscienza, come Stefano Rodotà, lascino, morendo, un vuoto che fa più forti i rapaci figli naturali di un sistema che perpetua i propri privilegi a danno del Diritto, a detrimento della Cultura e a dispetto della Coscienza, vorrei dire che non è così, che non lasciano un vuoto, ma che passano il testimone a tanti figli adottivi, figli “adrogati” davanti al popolo convocato in piazza per la lotta più dura, esaltante e doverosa: quella per l’Uguaglianza.

Nel mio piccolo, dunque, non mi voglio sentire orfana, scempiata, abbandonata, ma “adrogata”, inclusa pleno iure e responsabilmente in quella Famiglia di figli resistenti che i padri e le madri scelgono, liberamente, perché ereditino il loro patrimonio di idee e valori e lo difendano contro i figli naturali, quelli per cui il Diritto non è conquista, non è emancipazione, non è “neminem laedere”, ma “quod mihi placuit, legis habet vigorem”.

Non c’è nessuna sorte che si sta accanendo; nessuna sfortuna, nessun abisso che si spalanca, nessun patto tra demoni, nessun trionfo di inettitudine e corruzione, nessuno sbilanciamento di dèi o fati verso l’ottusità di un potere finito per accidente nelle mani di chi, da arrogante e ignorante, credette di umiliare un giurista e politico integerrimo come Rodotà dandogli del “professorone” da relegare in un passato remoto da cancellare, per scrivere un presente di sopraffazione legalizzata e di rifeudalizzazione (termine coniato da Stefano Rodotà, appunto). 
Le fratture, le perdite, le analisi e le nuove sintesi esistono dove c’è dinamismo, dove le menti e i cuori pulsano e soffrono insieme, pensano al bene comune come unica forma di felicità possibile, si coalizzano e concretizzano azioni di lotta rinnovate e vincenti. 
Credendo di possedere già tutto e di averne diritto, i figli del neoliberismo non saranno mai eredi.

Noi abbiamo, invece, da amati e prescelti figli adottivi, questa gioiosa investitura, che ci deve inorgoglire e responsabilizzare. Accogliamo e tesaurizziamo tutti gli esempi, i libri, i contributi preziosi che ci sono stati trasmessi, mettiamoli a frutto e mandiamo avanti questa “famiglia” vera, fatta di legami autentici.

E non ci scordiamo di allargarla, la famiglia, di “adrogare” pure noi, per quanto possibile, i figli spuri del mondo, i figli senza diritti, i figli che del diritto conoscono solo i rovesci e manrovesci, i figli affamati di giustizia.

 
 
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Voucher 2.0, perché sono peggio di prima

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LAVORO & PRECARI da il fatto quotidiano di  | 17 giugno 2017

Profilo bloggerStefano Feltri

Vicedirettore de Il Fatto Quotidiano
A molti la protesta della Cgil pare incomprensibile, a tutti quelli che credono al ritornello che “non sono tornati i voucher, ma un po’ di regole ai lavoretti erano necessarie o sarebbe tornato tutto nel sommerso”. Per quanto false, queste genere di considerazioni si sentono a ciclo continuo tra radio e tv.

Sono balle di chi mente sapendo di mentire. Il governo Gentiloni ha cancellato i voucher per decreto perché Matteo Renzi aveva paura del referendum previsto per giugno – come dargli torto, visti i precedenti – e poi li ha ripristinati con un altro violento abuso, cioè infilati in una manovra correttiva sui è stata posta la fiducia.

   Questi nuovi voucher hanno alcune modifiche che dovrebbero farli sembrare migliori: limite di 5000 euro all’anno per lavoratore, non più di 2500 dallo stesso committente; sanzioni pesanti come l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato per il committente che sfonda il tetto (curiosamente l’obbligo non vale se a imbrogliare è lo Stato, cioè la pubblica amministrazione…), aumenta la paga reale per il prestatore d’opera, che sale di fatto da 7,5 a 9 euro all’ora e non è neppure rigida, ma può essere più alta; colf e badanti pagate dalle persone fisiche con il “libretto di famiglia” hanno anche più diritti, tra cui quello al riposo giornaliero e alle pause settimanali. Tutto bene, dunque? Assolutamente no.

Se non credete alla Cgil, leggetevi il focus prodotto dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, che è un’autorità davvero indipendente che analizza e commenta la politica economica. Scorprirete che di ragioni per protestare in piazza ce ne sono parecchie.

Perché questo lasso di tempo per comunicazioni che avvengono nel tempo di un clic? Poiché siamo in Italia, sappiamo come finirà: se entro il terzo giorno non sono arrivati i controlli, basta disdire il voucher e pagare in nero.
Al prossimo giro si ricomincia. E il lavoratore non protesterà perché i contanti li ottiene subito, il pagamento via voucher deve avvenireentro il 15 del mese successivo a quello della prestazione. Perché? Non si sa, così, per complicare un po’ la vita a chi già se la passa abbastanza male da accettare lavori pagati in buoni e senza contratto.

Torna poi un altro dei peccati originali dello strumento: non viene mai specificato cosa sia una prestazione occasionale e accessoria.

Risultato: qualunque tipo di lavoro può di fatto essere pagato a voucher. In Paesi più civili del nostro ci sono limiti: inLituania, per esempio, si pone come limiti nell’agricoltura che i lavoratori pagati a voucher si dedichino solo a prestano manuali senza ricorso a macchinari, che richiedono professionalità più specifiche e comportano qualche rischio.

In Italia invece no: nell’agricoltura, dove la norma permette di pagare a voucher solo studenti sotto i 25 anni e pensionati.

Cioè veri lavoratori occasionali, ma non c’è limite alle mansioni che il datore di lavoro può richiedere.

E’ chiaro che così si espongono proprio i lavoratori con meno esperienza e meno tutele ai rischi che in agricoltura non mancano. Ma sicuramente di questo parleremo al primo incidente, come succede sempre in questi casi.

C’è un ultimo punto, forse il più subdolo: i voucher avevano come pregio e difetto di essere chiari nel loro ammontare, 10 euro di costo per il committente, 7,5 al lavoratore.

Unità di misura precisa e inderogabile. Adesso invece i voucher diventano negoziabili: minimo 9 euro all’ora al lavoratore, ma si può salire. E qui sta il problema: se la tariffa oraria sale ed è flessibile, può essere negoziata, adattata alle esigenze dell’impresa o del settore.

In pratica i voucher non servono più soltanto a regolare le parti più residuali del mondo del lavoro, ma diventano una delle opzioni a disposizione del datore di lavoro. Una alternativa ai contratti veri.

E indovinate cosa sceglierà chi ha come alternativa un pagamento a cottimo e un rapporto rigido con tutele e costi più alti?

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La precarietà fa male alla salute.

La flessibilità fa male alla salute

Due studiosi di Aberdeen hanno analizzato la vita di 2.300 lavoratori inglesi per capire se periodi prolungati di precarietà hanno avuto effetti sul loro benessere fisico. E i risultati non sono rassicuranti

Il lavoro iperflessibile fa male alla salute? Ioannis Theodossiou e Keith Bender dell’università di Aberdeen hanno provato a dare risposte scientifiche a questa domanda, e le conclusioni a cui sono arrivati nel loro studio The Unintended Consequences of Flexicurity: The Health Consequences of Flexible Employment non sono affatto rassicuranti.

L’ufficio nazionale di statistica ha calcolato che in Inghilterra più di 900 mila persone ormai lavorano con i cosiddetti zero-hours contracts, i contratti a zero ore, che non prevedono nemmeno un minino orario settimanale. Introdotti per andare incontro alle esigenze di flessibilità delle imprese, stanno diventando la forma più diffusa di nuova occupazione, tema molto discusso anche durante l’ultima campagna elettorale.

L’incertezza a cui sono sottoposti questi lavoratori provoca forti livelli di stress, con conseguenze sul loro stato di salute. Gli studiosi di Aberdeen hanno analizzato la vita lavorativa di 2.300 lavoratori inglesi per capire se periodi prolungati di precarietà hanno avuto effetti sul loro benessere fisico. «I risultati sono impressionanti e coerenti», scrivono. «Abbiamo riscontrato che – per ogni parametro di salute esaminato – più tempo un lavoratore ha trascorso con un contratto flessibile più ha avuto problemi, in una percentuale decisamente superiore a quella dei lavoratori con contratto stabile».

Dall’ottavo anno di occupazione, «tutti i lavoratori che hanno lavorato per almeno il 50% del tempo con contratti flessibili, hanno manifestato un peggioramento generale delle loro condizioni di salute». Le conseguenze sulla salute pubblica dell’incremento esponenziale della precarietà lavorativa potrebbero essere costose e molto deleterie per tutta la società, sostengono i due ricercatori. Perciò i governi «dovrebbero rivedere le politiche che promuovono l’iperflessibilità, se questa comporta un alto prezzo in termini di aumento della spesa pubblica per la sanità e crollo della produttività». Fonte pagina99.it

[Foto in apertura di Getty Images]

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Antonio Riciniello, amico.

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